Effetto “camice bianco”: riflesso condizionato

Il fenomeno dell’ipertensione “da camice bianco” (definito come la differenza fra i valori di pressione arteriosa rilevati nello studio del medico e quelli risultanti da misurazioni in altre sedi), potrebbe essere dovuto ad un meccanismo di risposta condizionata piuttosto che essere una manifestazione di ansia generalizzata. In questo senso, alcune modifiche nelle metodiche di rilevazione della pressione per la diagnosi di ipertensione potrebbero aiutare a risolvere un problema che è causa potenziale di diagnosi errata e trattamento inappropriato.
Per testare questa ipotesi, gli autori di uno studio su 238 pazienti di un ambulatorio per il trattamento dell’ipertensione hanno sottoposto tutti i soggetti ad una serie di rilevazioni dei valori pressori da parte di un medico (utilizzando uno sfigmomanometro) o di altro personale (utilizzando un misuratore automatico), all’interno dello studio o nella sala di attesa, insieme a misurazioni del carattere ansioso di base e dello stato di ansia in corso. È risultato che nei pazienti con ipertensione “da camice bianco” (9% del totale) solo questo secondo parametro era aumentato, cioè in questi soggetti l’ansia compariva solo al momento della misurazione da parte del medico, con un aumento parallelo dei valori pressori. Le altre misurazioni, nello studio o nella sala d’attesa, in assenza del medico, mostravano livelli, sia pressori che di ansia, ridotti.
«Questi risultati fanno pensare al fenomeno dell’ipertertensione “da camice bianco” come ad un classico prodotto di stimolo condizionato: precedenti episodi fisicamente o psicologicamente dolorosi vissuti alla presenza del medico o in uno studio medico, causa di ansia e aumento pressorio, provocano la comparsa della reazione condizionata quando il paziente si ritrova nella stessa situazione», commentano gli autori della ricerca. «Se ciò è vero, una misurazione automatica eseguita mentre il paziente è solo nello studio medico o in un ambiente contiguo, potrebbe servire ad evitare una diagnosi errata di ipertensione».

Ogedegbe G et Al. Arch Intern Med, 2008,168:2459-65

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *

prenotazione