guardia medica: 9 dottori su 10 hanno subito aggressioni

Nella maggior parte dei casi si tratta solo di minacce verbali (64%). Ma non mancano le percosse (20%), gli atti di vandalismo (11%) e addirittura le intimidazioni a mano armata (13%). Questi i numeri, da brivido, diffusi oggi nel corso nell’incontro ‘Guardia medica, dal lavoro usurante notturno al lavoro qualificante diurno’, organizzato a Roma dal Sindacato dei medici italiani (Smi).
Solo il 13% dei camici bianchi di continuità assistenziale, dopo aver subito un’aggressione, decide di rivolgersi alle autorità per denunciare l’episodio. Ma, di questi, solo il 3% non si ritrova più a subire aggressioni: per il restante 10% nulla cambia, e gli episodi tornano a ripetersi.
Il 30%, invece, decide di non segnalare lo spiacevole accaduto, sperando che non riaccada mai più. Il 29%, infine, è talmente provato da chiedere il trasferimento in un’altra sede, e il 35% domanda a familiari o amici di accompagnarlo sul posto di lavoro. “D’altronde solo qualche tempo fa – ricorda Salvo Calì, segretario nazionale Smi – due nostre colleghe, una in Puglia e l’altra in Sardegna, sono state assassinate mentre prestavano servizio. Il problema – sottolinea il sindacalista – è che spesso ci troviamo a lavorare in sedi fatiscenti, alle prese con tossicodipendenti alla ricerca di metadone o alcolisti, nonché gente che chiede psicofarmaci, medicinali che noi non abbiamo”.
L’89% ha subito l’aggressione nella sede di guardia medica: solo l’11%, dunque, al domicilio del paziente. Eppure, secondo i dati presentati oggi, solo il 22,5% delle sedi dove prestano attività i camici bianchi di continuità assistenziale dispone di un citofono, il 9% di un videocitofono, il 2,75% di inferriate alle finestre, appena il 6,25% di porte blindate, e il 19% di collegamenti diretti con 112 o 113.
Ma nonostante ciò, il 25%, ovvero una guardia medica su quattro, continua a percepire un indice di criminalità basso, il 38% medio-basso, il 17,5% medio, il 10,5% medio-alto e solo il 9% alto. Come dire che le aggressioni, visto il tipo di lavoro svolto, questi camici bianchi le mettono in conto. Ma ciò non vuol dire che rinuncino alla sicurezza, tutt’altro. “Smi chiede a gran voce – sottolinea Calì – assoluta sicurezza sul lavoro, con iniziative a garanzia della incolumità personale di questi professionisti, ad esempio attraverso un servizio di vigilanza”. Tanto più che il 41% delle sedi, almeno secondo i dati dello Smi, è in un centro abitato ma in posizione isolata.

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