class action medici ex specializzandi 1982 – 1991

Molti medici – iscritti ai corsi di specializzazione quando fu emanata la direttiva comunitaria (1982) che rendeva obbligatoria la loro retribuzione – combattono da anni questa battaglia che, secondo il Sindacato dei medici italiani (Smi), potrebbe riaccendersi grazie a recenti sentenze, che ribadiscono la supremazia del diritto comunitario e l’illegittimità della prescrizione. Ma anche alla possibilità, dal prossimo anno, di avviare azioni collettive (class action) persino nei confronti dello Stato italiano. E’ c’è anche la prospettiva di una sanatoria per legge, grazie a testi già depositati in Parlamento, per i medici che hanno fatto ricorso. L’iter giudiziario è stato, fino ad ora molto articolato, con alcuni passi avanti importanti, ma senza una soluzione comune definitiva. Ora, però, dopo 26 anni di carta bollata, non manca il sospetto che ci sia stato ‘commercio del ricorso’, che per tanti i medici danneggiati ha rappresentato solo una spesa aggiuntiva. “Questo è un dato incontrovertibile – ha spiegato Francesco Medici dello Smi, tra i primi a presentare un ricorso nel 1982 e che ancora oggi segue la vicenda – sappiamo di parcelle legali salatissime che non sono apprezzabili. Ma non è il caso del sindacato che offre questo tipo di servizio ai suo iscritti a costi minimi. Credo che sia indispensabile far valere un diritto negato: va sanata l’ingiustizia purché senza mercimonio e senza che serva solo a far arricchire gli avvocati. Per questo le novità che ‘riaprono’ la partita sono importanti”. L’esperto però ammette che la soluzione definitiva non è dietro l’angolo. “Oggi ci sono due testi presentati in Parlamento per una sanatoria – spiega – che sarebbe, probabilmente la via più breve”.

LA STORIA: L’obbligo di retribuire i medici specializzandi è legato alla direttiva comunitaria del 1982. Prevedeva la retribuzione, a carico degli Stati, sia per coloro che svolgessero la specializzazione a tempo pieno, sia a tempo ridotto. L’Italia ha recepito la direttiva solo nel 1991, ma senza indicazioni sui medici già specializzati. Nello stesso tempo ha introdotto l’obbligo del tempo pieno e l’incompatibilità con attività lavorativa di ogni genere. In pratica, però, in moltissime università è stato retribuito solo chi aveva iniziato il corso nel 1991. Tutto ciò ha dato il via ad un vasto contenzioso contro lo Stato italiano, secondo i ricorrenti “inadempiente agli obblighi comunitari”.   In sede amministrativa, il Consiglio di Stato – si legge in una nota dello Smi – ha ritenuto meritevoli di retribuzione (sotto forma di borsa di studio) solo quei medici che dichiarassero (ed autocertificassero, con tutte le conseguenze del caso) di non aver mai svolto attività lavorativa durante gli anni di frequenza, con un ulteriore corollario: chi aveva lavorato anche un solo anno, era escluso in toto della borsa. Allo stato la giurisprudenza è granitica nell’accogliere la difesa dell’avvocatura che ritiene il diritto prescritto, e che fa decorrere la possibilità di accedervi dall’entra in vigore della legge, nel 1991. Altre pronunce, addirittura, fanno maturare la prescrizione di anno in anno, durante lo svolgimento del rapporto. Secondo lo Smi, ora, rispetto a tutto questo, ci sono tre novità che spingono a riconsiderare la questione. A partire dall’orientamento della giurisprudenza che individua la supremazia del diritto comunitario rispetto a quello nazionale, “con pronunce che stabiliscono anche la rimozione di atti definitivi dell’amministrazione, se emanati in contrasto con la normativa comunitaria”. Da gennaio, poi, potrebbe esserci la possibilità di una class action applicabile anche nei confronti dello Stato italiano. Infine, nella giurisprudenza di merito, “recentemente, per la prima volta in modo chiaro e netto, la Corte di Appello di Genova ha accolto – si legge in una nota Smi – la tesi dell’illecito permanente: in sostanza, la prescrizione in danno ai medici non sarebbe neppure a oggi iniziata a decorrere, in assenza di un adeguamento pieno e completo da parte dello Stato alla normativa comunitaria. Ragion per cui ogni medico, anche se non ha mai agito, può promuovere azioni a tutela del proprio diritto”.

Ne avevo già parlato qui e qui e qui e qui e qui

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