screening carcinoma prostata: in dubbio l’efficacia del PSA

Il test del PSA, per la diagnosi del carcinoma della prostata, non è infallibile: può esporre il paziente a procedure diagnostiche eccessive (le biopsie) e a trattamenti non necessari se il tumore diagnosticato è piccolo e poco aggressivo.
Due studi, pubblicati sul numero del 26 marzo del New England Journal Medicine, hanno recentemente contribuito a sollevare nuovamente i molti dubbi già espressi su questo esame.
Il test è utile se utilizzato nel modo giusto: non come una prova dell’esistenza di un tumore, ma come un eccellente indizio. Di per sé l’esame è molto semplice. Consiste nella ricerca di una proteina prodotta dalle cellule della prostata e si misura con un esame del sangue che indica le alterazioni presenti nell’organo (che potrebbero essere spia della presenza di lesioni cancerose, evidenziare semplicemente delle infiammazioni oppure riflettere il naturale “ingrossamento” benigno della prostata legato all’invecchiamento).
Gli esiti dei due studi di screening in questione (uno europeo, che ha coinvolto 182mila uomini di sette Paesi europei, e uno americano, condotto dal National Cancer Institute su 77mila pazienti di dieci centri sanitari) erano attesi da tempo, anche perché hanno coinvolto molte persone e sono durati molti anni. I pazienti delle due indagini sono stati scelti casualmente per essere testati o meno in maniera sistematica con PSA e visita prostatica. Sono stati seguiti per dieci anni, durante i quali i ricercatori hanno tenuto il conto dei decessi valutando se lo screening aveva fatto la differenza. Ma i risultati vanno ben interpretati perché possono apparire contraddittori.
La ricerca europea
indica che il numero di vite salvate con il test è significativo: il tasso di mortalità viene ridotto almeno del 20 per cento negli uomini di età compresa fra 55 e 69 anni, sebbene il PSA risulti associato a un alto rischio di sovradiagnosi. Per ogni morte da cancro prostatico evitata, infatti, 1410 partecipanti hanno dovuto sottoporsi a screening e 48 di loro hanno dovuto subire un trattamento terapeutico.
Lo studio americano, invece, non ha riscontrato sostanziali differenze fra il gruppo di pazienti, anche se numerosi limiti pregiudicano un’interpretazione corretta e definitiva di questa ricerca.
Limitare il test ai casi selezionati appare attualmente fondamentale per arginare i falsi allarmi allo scopo di evitare eventuali «inutili» interventi terapeutici su pazienti anziani o con una malattia in fase iniziale e poco aggressiva, che non influirà sulla loro normale aspettativa di vita.
La preoccupazione dell’Associazione Europea di Urologia (EAU) è chiara: alle moltissime diagnosi (nel 2005 in Italia 44.000 nuovi casi: ogni 12 minuti una persona riceve nel nostro Paese una diagnosi di cancro alla prostata) segue sempre – salvo rare eccezioni – la proposta di un trattamento curativo, anche quando il tumore mostra caratteristiche di non aggressività. Ma chirurgia, brachiterapia, radioterapia esterna sono trattamenti che possono causare importanti alterazioni della qualità di vita della persona. Evitare l’overtreatment con strategie diversificate, includendo programmi come la sorveglianza attiva, significa quindi individuare e selezionare i pazienti meritevoli di una specifica terapia immediata da quelli suscettibili di una possibile “cura differita”, evitando cioè che l’eccesso di diagnosi conduca ad un eccesso, indiscriminato, di trattamenti non necessari.
Queste, in sostanza, le indicazioni dell’EAU: i dati finora pubblicati sono insufficienti per raccomandare, a livello di politica di sanità pubblica, lo screening della popolazione maschile per il tumore della prostata per mezzo del PSA a causa degli importanti effetti del sovratrattamento. I professionisti sanitari, in particolare gli urologi, dovrebbero quindi, in casi selezionati, adottare metodi sicuri di sorveglianza e osservazione del tumore senza ricorrere a terapie invasive inappropriate. Le cure, poi, dovrebbero essere personalizzate secondo i bisogni dei pazienti e secondo la prognosi del tumore diagnosticato. A livello di ricerca, inoltre, è indispensabile sviluppare nuovi marcatori diagnostici e prognostici e nuove tecniche di imaging in grado di potenziare la capacità degli strumenti di screening di predire anche l’aggressività dei tumori individuati.
E i diretti interessati, gli uomini over 50, che dovrebbero fare? Se vogliono sottoporsi al test del PSA e all’eventuale biopsia prostatica devono informarsi su rischi e benefici dello screening e sulla valutazione del rischio individuale, non dimenticando che, se esiste familiarità per cancro prostatico, l’attenzione al problema va posta già dall’età di 40 anni.

N Engl J Med 360:e18, March 26, 2009 Perspective
N Engl J Med 360:1320, March 26, 2009 Original Article

3 commenti su “screening carcinoma prostata: in dubbio l’efficacia del PSA

  1. gli americani ragionano sempre in termini economici: questo studio servira’ certamente alle loro (avide) assicurazioni private per disconoscere le spese relative alla prevenzione tramite dosaggio del PSA e relative biopsie etc.

    per fortuna siamo in Europa e nonostante il nostro Sirchia abbia cercato di fare altrettanto, io sono uno di quelli salvati (forse) dal PSA (a 5 e’ scattato l’ allarme, a 7 la biopsia nonostante le “linee guida” italiane vietino i medici di prescriverla <=10)..et voila', un bel tumore che stava pure uscendo dalla prostata, operazione, radio etc..

    in conclusione: FATEMI IL SANTO PIACERE! che questo paese spenda meno in soldati all' estero, in autoblu, in puttane tangenti e faccendieri e non stia a risparmiare sulla sanita' e sulla prevenzione oncologica soprattutto. una vita salvata non ha prezzo.

    1. sulla prevenzione delle guerre son perfettamente d’accordo !
      penso però che bisogna riflettere su dove stiamo andando: la capacità di vedere cose (tra cui un cancro alla prostata) sempre più minime deve andar di pari passo con l’intervenire aggressivamente in ogni circostanza ?
      Sembrerebbe (sottolineo il condizionale) di no !
      Ha senso esser trattato come malato oncologico se la storia naturale della (mia personale) malattia neoplastica non mi comporterà reali problemi ?
      Ovviamente, allo stato attuale delle conoscenze mediche, abbiamo un (non indifferente) problema: come faccio a discriminare chi è affetto da una patologia quiescente da chi ha la sfortuna di avere una forma aggressiva ?
      Potrebbe esser questo il vero passo avanti del prossimo futuro.
      Concetto ri-sottolineato da questa recente analisi (che, purtroppo, non può prescindere dagli aspetti economici della questione)
      http://unamelalgiorno.wordpress.com/2011/10/27/lindustria-del-cancro-della-prostata-ovvero-della-inutilita-del-dosaggio-del-psa/

      Grazie, comunque, della sua preziosa testimonianza !

      1. lo discrimina la biopsia: 15 minuti di fastidio e poi a casa..

        certo ma il PSA e’ uno strumento diagnostico, non terapeutico. una volta stabilita la presenza del tumore, esistono vari approcci, incluso quello della vigile attesa (cioe’ controllare ma non far niente). Un intervento di prostatectomia e’ talmente invalidante che se uno ha la possibilita’ di pensarci, meglio farlo 100 volte pero’ chiunque con un po’ di buon senso preferirebbe sapere che ha un tumore anche da tenere semplicemente in osservazione – potrebbero volerci anni prima di essere pericoloso o forse anche mai – piuttosto che dire “il PSA e la biopsia costano, sovrastimano quindi mettiamo tutti con la testa sotto la sabbia”

        piu’ leggo i casi dei miei “colleghi”, piu’ noto che coloro che si sono salvati sono quelli che non hanno perso tempo ed hanno fatto la biopsia anche con un psa di 4 o 5. quelli che hanno aspettato sono sempre quelli che poi hanno subito i trattamenti piu’ invasivi o il destino peggiore. In fondo paghiamo le tasse, l’ inps. sono cose di cui abbiamo diritto quindi prendiamocele senza scrupoli.

        negli USA, le assicurazioni stanno impazzendo perche’ li’ il tasso di tumori prostatici e’ enorme..d’ altra parte tra gli afroamericani che ci muoiono come mosche e il loro modo schifoso di mangiare, e’ normale. per loro e’ una manna poter ridurre l’ incidenza economica delle biopsie e dei psa.

        qui in Europa siamo piu’ attenti all’ individuo quindi l’ approccio dovrebbe essere di spendere anche piu’ dello stretto ottimo stabilito(economico costi/benefici) per avere in cambio vite salvate (in sostanza chi stabilisce qual’e’ il rapporto ottimale costi/benefici? e’ una scelta politica, non medica)

        nota personale:

        data la mia storia e quello che sento in giro, esorto tutti i lettori maschi > 45 a:
        – farsi un PSA almeno annuale. in 8 casi sara’ stato tempo perso, ma i due casi rimanenti ringrazieranno gli dei di averlo fatto, ogni giorno che seguira’
        – passare ad una alimentazione + o – vegetariana o in ogni caso evitare il possibile latticini formaggi e grassi animali..sono scientificamente dimostrati cancerogeni prostatici.

        per il resto, e’ un po’ anche questione di DNA..mio nonno e’ morto a 90epassa di semplice vecchiaia dopo aver consumato 60 sigarette al giorno e 40 caffe per tutta la sua vita.
        credo di non avere altro da aggiungere, grazie dell’ ospitalita’ 🙂

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