“mommy job” o “post-pregnancy tune-up”

Gli operatori del settore lo chiamano eufemisticamente il Mommy Makeover. Le donne che vi si sottopongono, ormai migliaia ogni anno, lo definiscono un toccasana, un’operazione che restituisce dignità umana. Si tratta di una serie di interventi di chirurgia plastica che mirano a cancellare dal corpo di una donna le tracce delle conseguenze prodotte dalla gravidanza, dal parto e dall’allattamento. Il triste – secondo alcuni – strascico di smagliature addominali, la teoria di cuscinetti adiposi che non la smettono di fare capolino un po’ dappertutto sul corpo. La resa del corpo alle forze di gravità nella zona del seno e del ventre.  Il Mommy Job sta diventando popolare, da quando s’è diffusa la voce che vi abbiano fatto ricorso anche attrici del calibro di Minnie Driver, Grosse Point Blank, Goodwill Hunting, che era incinta con un bambino super (4 chili e 400 grammi) e Angelina Jolie.  Secondo l’American Society of Plastic Surgeons, l’anno scorso vi hanno fatto ricorso oltre 350 mila donne (in maggioranza mamme giovani tra i 20 e i 39 anni). Forse impressionate dalla velocità con la quale dopo il parto Jennifer Lopez e Jennifer Garner hanno fatto ritorno alle luci della ribalta sfoggiando una figura da amazzone, hanno scelto anche loro il chirurgo.
Nel 2007, ultimo anno per cui sono disponibili dati statistici, migliaia di mamme statunitensi hanno speso oltre 2,5 miliardi di dollari per farsi fare la riduzione del ventre, rifarsi il seno e fare la liposuzione. Un incremento dell’11 per cento rispetto a due anni prima.
E c’è chi, come il New York Times, osserva che il fenomeno è dovuto alla visione culturale dominante, a standard di bellezza per cui i cambiamenti biologici vengono trattati come il colore dei capelli.
Analizzando i dati si scopre che tra il 1992 e il 2007 il numero delle riduzioni del ventre è aumentato del 746 per cento, quello degli interventi al seno del 921 per cento; le liposuzioni sono cresciute del 431 per cento.
“L’idea del mommy makeover è quella di permettere ad una donna, a prescindere che sia nei suoi 20, 30 o 40 a vivere come una mamma senza dover sembrare come sua mamma”, afferma Stephene T. Greenberg, un chirurgo plastico di New York che alle sue clienti offre un pacchetto Post-pregnancy tune-up, una messa a punto dopo parto.
L’immagine della maternità come disabilità estetica, molto diffusa negli States, viene promossa attivamente da una comunità affaristica variegatissima e che spazia dalle aziende del turismo della plastica estetica come Gorgeous Gateways (Yummi Mumy Post-Pregnancy Package, un tutto compreso da 6500 dollari in Malaysia e Sri Lanka che oltre all’intervento include anche la permanenza in un resort per 14 giorni) alla Rodeo Drive Plastic Surgery di Beverly Hills (Mommy Remake:  il pacchetto include il Rodeo Drive Belly Button, ombelico che secondo i rappresentanti della ditta è più profondo e sembra più naturale degli ombelichi prodotti da altre ditte tanto, sostengono alla Rodeo, che ci si può fare anche il piercing).
La Plastic Surgery Associates di Marina del Rey ha messo su addirittura un sito dedicato alla discussione della procedura, amommymakeover.com: con una serie di prima e dopo fotografici dimostra come altre clienti abbiano tratto vantaggio della procedura.
Il Mommy Job è un tale affare che non potevano non intervenire anche le aziende di consulenza, come la CosmeticSEO.com alla quale si rivolgono i dottori che intendono sviluppare una strategia per la promozione del trattamento: solo nella American Society of Plastic Surgeons, una associazione di categoria, ce ne sono oltre settemila.
L’ultimo censimento ne aveva contati in tutto il Paese oltre 17 mila, il 50 per cento dei quali realizzano soprattto interventi di chirurgia cosmetica. Il numero diventa poi incalcolabile se vi si aggiungono anche i chirurgi ginecologici che al Mommy Package possono aggiungere anche extra più pesanti, come il ringiovanimento vaginale, che rassoda e ridisegna la vagina, e l’amplificazione del punto G, per migliorare l’orgasmo.
La pratica s’è diffusa così tanto che l’American College of Obstetricians and Gynecologist si è sentito in dovere di intervenire dichiarando che quelle procedure sul piano medico sono raramente indicate e che possono essere anche dannose per la salute.
Il trend disturba anche Diana Zuckerman, presidente del National Center for Women and Families. “Il messaggio è che con la gravidanza il corpo femminile peggiora”, ha dichiarato la Zuckerman, secondo la quale il pericolo reale è che nell’immaginario collettivo statunitense il corpo femminile post-parto possa diventare una cosa di cui vergognarsi, socialmente inaccettabile. Se questa concenzione dovesse affermarsi, Zuckerman ritiene che il numero delle donne che farebbero ricorso al Mommy Job crescerebbe in maniera esponenziale.

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